
Donne che hanno cambiato idea
In internet si trovano vari casi di donne che si sono rese improvvisamente conto di cosa stavano facendo e sono riuscite a cambiare rotta. In rete ve ne sono tanti. Qui citiamo solo qualche caso particolarmente significativo.
Il caso certamente più emblematico è quello di Norma McCorvey (nata nel 1947), ragazza di strada, pochissima scuola, famiglia disastrosa, varie volte violentata dai conoscenti, lesbica per moltissimi anni. A 21 anni per soldi si fece usare come pedina da due aggressivi avvocati che cercavano una donna bianca, povera e giovane che recitasse la parte di quella rimasta incinta perché violentata, in modo da attaccare la legge antiabortista texana. Nei tre anni del processo noto come "Roe contro Wade" lei non intervenne mai. Era ignorante sui meccanismi della riproduzione: per lei "aborto" era solo la parola usata dall'attore western John Wayne quando diceva "we abort the mission" (annulliamo l'operazione militare) il che significava tornare al campo base. Norma McCorvey alias Jane Roe non ha mai abortito: metteva al mondo i bambini e li dava in adozione (operazione molto semplice negli Stati Uniti). Lavorava nelle cliniche abortiste come infermiera generica. A illuminarla e a farle capire che era stata la marionetta di chi voleva creare una legislazione omicida fu l'amore semplice di una bambina di 7 anni, viva per mancato aborto, che stazionava coi gruppi pro-life fuori dalle cliniche. Questo particolare getta una luce molto positiva su tali iniziative dei pro-life. Smise la relazione lesbica, nel 1995 si convertì al cristianesimo e da allora iniziò a lavorare per i gruppi pro-life. Non ha potuto realizzare il suo sogno di poter cancellare la sentenza del 1973 - che porta il suo pseudonimo - dato che si è spenta il 18 febbraio 2017.

Il caso di Tina Torry è stato raccontato nel gennaio 2012 dal Christian Post, sito di informazioni degli Stati Uniti. Era il 1978 quando Tina Torry, che aveva allora 17 anni e viveva in Arizona, rimase incinta. Il suo ragazzo, i familiari e gli operatori sanitari furono inflessibili: doveva abortire. Era al terzo mese di gravidanza e ricorda l'atmosfera irreale della clinica in cui firmò, come fanno tutte, molti fogli senza nemmeno leggere e senza ricevere alcuna spiegazione sulle procedure e sugli effetti collaterali. Dopo l'intervento l'infermiera notò che, stranamente, non c'era alcun sanguinamento ma nessuno, lei compresa, ci badò. Tornò a casa prendendo gli antibiotici e la pillola anticoncezionale che le avevano prescritto. Ma non stava bene e due mesi dopo rifece una visita ginecologica che rivelò come la gravidanza fosse continuata e fosse ora una gravidanza ad alto rischio: la macchina di aspirazione aveva rimosso la placenta e il liquido amniotico, ma non aveva preso il bambino. Non avendo più liquido amniotico i medici non potevano nemmeno calcolare esattamente la data del parto. Nel frattempo il ragazzo l'aveva mollata e il padre disconosciuta. Stava con sua madre che a poco a poco aveva cominciato ad accettare il fatto e ad attendere entusiasta la nascita. Fu l'assistente sociale che per prima le consigliò di tenere il bambino: «Sai, deve esserci una ragione - di solito non dico questo per una ragazza - ma sento che dovresti tenere questo bambino». Il travaglio non funzionò e la nascita avvenne per parto cesareo, di notte, da sola, senza nessuno accanto. Al risveglio il dottore le raccontò che Heidi (così si chiamò la bambina) era proprio un miracolo. Tina non era credente e non capì la portata di quelle parole. Heidi, che alla nascita pesava solo 1,445 Kg, restò in terapia intensiva per un mese.
Tina andò a vivere nel New Jersey con gli zii e siccome lì - come lei stessa racconta - la regola è "si va tutti in chiesa" dovette partecipare e lì incontrò Dio. E` oggi convinta che la sua vicenda sia un messaggio di perdono e speranza per tante ragazze nella sua situazione. «Condividere la mia storia serve a salvare bambini e guarire la gente malata di aborto. E` importante far sentire la misericordia e il perdono alle donne che hanno abortito. Questo evento contagia tutta la vita se non vengono guarite».
Tina Torry ha narrato la sua storia nel libro "Short of a Miracle: Tina Torry's Story of Hope in the Midst of Tragedy" (in italiano: Meno di un miracolo: la storia di Tina Torry della speranza in mezzo alla tragedia).

Heidi Huffman è oggi sposata e ha tre figli.
Un altro caso di madre che all'ultimo momento ha salvato il proprio bambino si è verificato nel Regno Unito nel novembre 2002 ed è stato reso noto alla fine di giugno 2005. La madre, una single che aveva già un bambino di 19 mesi, voleva abortire e si era recata a fare una ecografia in cui le avevano detto di essere gravida alla 22ª settimana ma, in realtà, era già alla 24ª. Si è allora ricoverata, dopo cinque giorni, in una clinica privata per eseguire un aborto chimico e dopo due giorni l'hanno rimandata a casa dicendo che il feto era certamente morto e di tornare quattro giorni dopo per la "rimozione". Durante il ritorno in treno però sentì il bambino muoversi e improvvisamente cambiò idea. Entrò in travaglio nel pomeriggio e si rivolse all'Hope Hospital di Salford, vicino a Manchester, dove richiese ai medici di fare di tutto per salvarlo. Quattro giorni dopo diede alla luce un bambino di soli 680 grammi che però piangeva e respirava. La donna era cosciente che il bambino era prematuro solo a causa della RU486 che aveva assunto ed era presa da sensi di colpa. Il bambino ebbe bisogno di ventilazione e soffrì gravi infezioni e patologie polmonari. Ma fu dimesso all'età di sette mesi e a dieci era solo leggermente in ritardo nello sviluppo. Il caso pone gravi problemi per la legislazione abortista del Regno Unito che, diversamente da quella italiana impone di non assistere un prematuro sotto la 24ma settimana. Questo particolare è molto gradito alle cliniche abortiste che possono permettersi di risparmiare sui reparti di terapia neonatale intensiva. In Inghilterra e Galles ci sono stati 181.600 aborti nel 2003, il 2% di essi alla 20ª settimana o dopo. Le statistiche mostrano come il 75% delle donne che hanno prenotato un aborto oltre la 18ª settimana hanno poi cambiato idea.

Al Centro Aiuto alla Vita di Lodi varie mamme hanno voluto testimoniare il sollievo provato quando finalmente sono uscite dall'incubo dell'aborto obbligato. Come N., all'inizio preoccupata per la perdita del lavoro e gli studi all'università, che alla nascita della sua bimba ci ha mandato il messaggio Whatsapp qui accanto. Oppure come S., che aveva abortito in precedenza per le violenze del compagno, che poi era stata di nuovo abbandonata da tutti alla nuova gravidanza e che ha trovato rifugio in un alloggio procurato dal CAV di Lodi. Fu così che abbandonò l'idea di abortire e alla fine, mesi dopo la nascita, ci rivelò: «il Signore me ne ha donati due [era una gravidanza gemellare] per confortarmi di quello che avevo perso prima».