La RU486 o pillola del mese dopo, detta anche il pesticida umano1, è una compressa contenente mifepristone, una molecola messa a punto nel 1980 dalla società Roussel-Uclaf, controllata dal governo francese e dal gruppo tedesco Hoechst e sponsorizzata nelle sperimentazioni dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). La commercializzazione è operata dalla Exelgyn, a partire da fine 2000.
In Italia, dopo il parere favorevole dell'AIFA (26.02.2008), alcune sperimentazioni e vari rimpalli la pillola entra in commercio alla fine del 2009.
La sigla RU486 deriva dall'azienda che ha inventato la molecola (Roussel-Uclaf) unito al codice della molecola 38486, poi sintetizzato per ragioni commerciali in 486.

La sua somministrazione, di norma a due mesi circa di gravidanza (7a settimana, entro il 49° giorno), provoca un aborto. Tecnicamente la RU486 è un contragestativo, cioè manifesta la sua azione abortiva quando l’embrione è già annidato nell'utero.
Non va confusa, dunque, con le  pillole del giorno dopo che sono degli intercettivi ossia intercettano l'embrione mentre viaggia dalla tuba verso l'utero e ne impediscono l'annidamento.
Come appare un bambino alla settima settimana di gestazione

Alla donna vengono date in realtà due pillole: la prima contiene il mifepristone e viene presa entro il 49° giorno dall’ultimo ciclo mestruale (entro cioè la 7ª settimana di gestazione), mentre la seconda è il misoprostol e viene presa tre giorni dopo.
Nelle 24 ore successive all’assunzione della prima compressa, il 3% delle donne espelle l’embrione. Il restante 97% deve ritornare in ospedale per prendere la seconda pillola: il misoprostol.
Dopo di che la donna torna a casa e aspetta che, nell'arco di al massimo 14-15 giorni, salvo complicazioni, il misoprostol faccia effetto: questa sostanza inducendo le contrazioni permette, in più riprese, l’espulsione del sacco amniotico con l’embrione dentro, già morto.
Il 56% delle donne, prese dall’apprensione di controllare che l’emorragia non sia troppo consistente, riconoscono nell’assorbente l’embrione abortito, con le conseguenze psicologiche che possiamo immaginare.
A questo punto però non si può più tornare indietro.
La solitudine e l’ansia non sono però le uniche variabili con cui la donna deve fare i conti; in realtà, ad esse sono correlate un numero spropositato di probabili sintomatologie fisiche: nausea (61% dei casi), perdite consistenti di sangue, dolori addominali e crampi, mal di testa, ecc...
Entro 14-15 giorni, la donna deve sottoporsi a una terza visita ginecologica per controllare che l’utero sia effettivamente vuoto e che tutto sia andato secondo previsione.
Nel 92-95 % dei casi l’aborto è avvenuto, mentre il restante 5-8 % delle donne è costretto a sottoporsi ad un nuovo aborto mediante il metodo chirurgico per eliminare definitivamente l’embrione.

Secondo tutti i protocolli - e come si ricava anche dalle brevi note qui sopra - l'aborto farmacologico e' più doloroso di quello chirurgico, ha un tasso di rischio più alto, ha una percentuale di efficacia minore ed e' molto più lungo (l'intera procedura richiede 15 giorni e almeno 3 visite).

Ma l'inganno maggiore è che dopo aver dichiarato per decenni che bisognava sconfiggere l'aborto clandestino delle donne sfruttate e maltrattate organizzando l'aborto in strutture pubbliche ora improvvisamente tale teoria non vale più: la donna si arrangi da sola e nel bagno di casa sua.

Questo sito non ha ambizione di presentare tutti i dettagli scientifici e fornisce soltanto una sintesi delle questioni per dare alle donne una base di partenza per farsi delle domande e difendersi. Per coloro che fossero interessate a una spiegazione più dettagliata suggeriamo la consultazione dei seguenti documenti:

1 La definizione "pesticida umano" è di Jérôme Jean Louis Marie Lejeune (1926-1994) che è un genetista e pediatra francese, scopritore della causa della sindrome di Down, dichiarato servo di Dio dalla Chiesa Cattolica.